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Arte e percezione visiva

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ARTE E PERCEZIONE VISIVA 
di Raffaella Vaccari


”.. là fuori non c’è luce, né colore: esistono soltanto onde elettromagnetiche; “là fuori” non ci sono né caldo né freddo: solo molecole in movimento, provviste di maggiore o minore energia cinetica;” Heinz von Foerster, Sistemi che osservano.
    
La poesia e l’arte nascono quando il linguaggio smette di funzionare. Bruce Nauman

relazione presentata nel 2010 a Milano all’Università Popolare 

Per iniziare vorrei proporre un piccolo test: osservate questa immagine per 10 secondi. È un dipinto di Raffaello dal titolo “Madonna con bambino e San Giovanni”, noto anche come “Madonna del Belvedere”.


Ora vorrei chiedervi: che cosa è rappresentato nello sfondo? Qualcuno l’ha notato?

Vi è un paesaggio composto da alcuni alberelli e delle rocce, un piccolo villaggio, due papaveri rossi.
Quando si osserva un dipinto riuscire a visualizzare lo sfondo insieme al primo piano in cui vi sono delle figure, come in questo caso, risulta solitamente difficile. Dei percorsi che opera lo sguardo quando si osserva un’immagine se ne era occupato negli anni 1950/60 lo studioso russo di psicofisica Alfred Yarbus. Nel 1967 pubblicò un interessante studio sul movimento degli occhi e l’immagine osservata: notò che l’occhio umano tende a concentrarsi solo su alcune zone dell’immagine, che appaiono per l’osservatore particolarmente importanti, indipendentemente dal tempo in cui ci si sofferma. Il modo di osservare è strettamente legato alla cultura di chi osserva, alle attese e ai suoi interessi. Non si osserva mai un’immagine nella sua interezza. Gli studi della “Scuola Operativa”, in particolare quelli portati avanti dallo studioso di teoria della percezione Pino Parini, legati proprio alle immagini pittoriche, hanno evidenziato che quando in un dipinto compaiono delle figure, l’attenzione dell’osservatore è concentrata solo su di esse. Le figure vengono percepite, quindi, ignorando lo sfondo. Questo tipo di fruizione è innata ed estremamente funzionale alla vita, serve per individuare le cose nonostante il mimetismo: in una situazione reale la comparsa di una figura in un ambiente potrebbe rappresentare una minaccia per cui attira tutta l’attenzione. Del resto il cervello umano si è sviluppato in habitat profondamente mimetici. Sistematicamente poi questo comportamento viene applicato anche a contesti in cui non è necessario, come l’osservazione di un dipinto.
Questo tipo di osservazione pratico-descrittiva (o fruizione comune) è contrapposta ad un tipo non istintuale, che necessita di un apporto culturale, chiamata fruizione estetica (osservazione in atteggiamento estetico). L’opera non si vede, dunque solo con la vista-Giove, ma anche con la mente. Il concetto di mente è alquanto complesso e non trova una cosignificanza astrologica unica in un pianeta o in un segno: è probabilmente tutto lo Zodiaco.
Con la fruizione estetica si contempla l’opera nella sua globalità, senza suddividere in sequenza i vari elementi che la compongono: essi vengono osservati tutti assieme. Implicando una conoscenza culturale, è una modalità di percezione acquisita. È il tipo di visione che apprendono gli artisti con il loro lavoro; ogni pittore sa benissimo quanto sia importante lo sfondo nell’economia di un dipinto. L’aspetto estetico nell’opera è implicito perché l’artista di solito realizza le sue opere con un atteggiamento estetico, di certo non stereotipato (lo stereotipo è una costruzione sintetica della mente, in cui ci si adagia a uno schema precostituito).
Vi è una profonda relazione fra la figura e lo sfondo. Astrologicamente riusciamo a spiegare questo fenomeno in maniera esaustiva con l’asse Ariete-Bilancia. Il nostro ciclo di vita a connotazione patriarcale è legato alla percezione di un Io-Ariete opposto agli altri Bilancia, potenziali nemici, alla sopravvivenza in un mondo ostile pieno di avversari e tutto ciò è rimasto ben inciso nel nostro DNA. L’osservazione comune impegna il fruitore quel tanto che basta per riconoscere le cose. L’Ariete, essendo il segno Zodiacale che imprime la spinta alla direzione del ciclo ha una primitiva ma funzionale dirompenza e quindi è incapace di riflessioni intricate.
Nella visione di un’opera d’arte, se non si riesce a cogliere il legame che esiste fra la figura e lo sfondo, si rimane vincolati a una lettura descrittiva; analizzando invece le separate entità, togliendovi successivamente il significato per relazionarle, si arriva a vedere l’opera nella sua globalità. Questo implica osservare i singoli elementi come macchie cromatiche poste in relazione fra di loro: è un’operazione mentale di trasgressione della visione comune, in quanto si elimina la riconoscibilità di quello che si osserva.
Del resto la Bilancia ha in sé una percezione articolata della vita, che tiene conto del punto di vista degli altri, riuscendo a vedere nello stesso momento le due facce della realtà e l’osservazione estetica è caratterizzata da una “selettività percettiva”.
L’importanza della relazione fra figura e sfondo è stata evidenziata in modo dirompente da Marcel Duchamp nel 1914 con l’opera “Scolabottiglie”. L’artista prese un comune scolabottiglie senza farci sopra alcun intervento di tipo artistico e lo espose in una galleria, cambiandogli quindi lo sfondo. Solo questo gesto bastò per mutare status all’oggetto: si trasformò da manufatto a opera d’arte, con uno spostamento fisico che ha innescato uno spostamento sottile, concettuale.
Duchamp capì la potenza degli oggetti e li utilizzò, riuscendo a trasformarli in oggetti artistici tramite invenzioni decontestualizzanti e spostamenti linguistici. TEMA N.1
MARCEL DUCHAMP 28/7/1887 ore 2 BLAINVILLE (ROUEN)





La percezione è quella facoltà che ci permette di acquisire la realtà attorno a noi; astrologicamente è rappresentata da Mercurio. Quando si osserva un dipinto si tenta sempre di riconoscere i singoli elementi rappresentati. Nel momento in cui si riconosce un elemento all’interno della composizione e lo si nomina è come se lo si evidenziasse rispetto al contesto e l’attenzione viene rivolta solo su di esso a discapito degli altri e dello sfondo. Vi è dunque un indissolubile legame fra la percezione e il linguaggio espresso dall’opposizione schematica dei pianeti Mercurio-capacità di attenzione e Giove-parola-immagine.
Se i singoli elementi che compongono un sistema non seguono più le regole iniziali si crea disordine: questo dissolversi, chiamato entropia, misura il disordine. È il rapporto schematico illustrato dalla Vergine e dai Pesci, casa 6° - 12° per cui: l’ordine, la regolarità sono determinati da Y-Sedna, contrapposto al cambiamento, al disordine, all’irregolarità, proposti da Nettuno. Trasmettere informazioni significa introdurre ordine che porta anche alla comunicazione, alla parola e quindi all’immagine. L’immagine-Giove è stimolata e si forma grazie all’informazione-Mercurio.
I pianeti Mercurio e Giove si trovano in Gemelli-Sagittario, Toro-Scorpione, Vergine-Pesci e in base all’accostamento schematico con gli altri pianeti presenti in tali segni, acquisiscono accezioni diverse. Nei Gemelli Mercurio rappresenta l’importanza di afferrare i dettagli interessanti, nella Vergine quelli minuziosamente pratici, nello Scorpione è l’attenzione a scoprire quello che c’è dietro ogni situazione.
Il neurologo Ramachandran, dopo una serie di esperimenti, ha ipotizzato l’esistenza di una primordiale traduzione uditiva dell’aspetto visivo prima della nascita delle parole, affermando che il suono usato per indicare gli oggetti abbia una relazione non casuale, come evidenzia la dialettica zodiacale Mercurio-Giove.
Il modo in cui si percepisce normalmente la realtà è funzionale ma estremamente povero, perché si tende a vedere ciò che ci circonda attraverso il filtro dello stereotipo. Questo tipo di osservazione non rispetta certamente la visione dell’opera dal punto di vista dell’artista che l’ha creata, ma influenza notevolmente la nostra percezione di essa, limitando ad esempio la capacità di vedere le ombre o la luce. Non si riesce così a sperimentare fino in fondo l’esperienza visiva; caratteristica dell’atteggiamento estetico è dunque la trasgressione della percezione comune, in quanto l’opera d’arte viene vista con “gli occhi della mente”.
I percorsi dello sguardo (ovvero i movimenti oculari che permettono la visione di un oggetto) derivano dalla specifica motilità dell’organo in sinergia con l’attenzione, Mercurio-Y/Sedna, i pianeti dei segni paralleli Gemelli e Vergine.
I segni paralleli esprimono una specifica funzione: in Gemelli e Vergine ad esempio, Mercurio/bronchi e Y-Sedna/polmoni rappresentano la funzione respiratoria.
La sede della vista è nel segno del Toro: schematicamente troviamo qui e nel segno parallelo Bilancia gli stessi pianeti, Venere ed X.
Le esaltazioni danno luogo a una sostanziale differenza: in Toro troviamo esaltati Giove e Saturno B, in Bilancia Saturno e Nettuno B; la fruizione, quindi, legata alla Bilancia (non si può più parlare di visione dato che manca l’essenziale apporto di Giove) è strettamente connessa a Saturno e Nettuno B, e impone il superamento della natura descrittiva dell’opera d’arte, inserendo valori culturali e creando gli opportuni collegamenti tra tutti i dettagli percepiti nell’osservazione. Del resto il mondo dell’arte trasgredisce sempre la visione di tipo descrittivo per andare a “pescare” qualcosa di altro, che vive in un altrove, come vuole Nettuno B. Ricordiamo che i pianeti B esprimono un qualcosa che è andato perso nel passaggio da un sistema all’altro, e l’elemento che agisce, che “risuona”, nel nostro sistema è solo una pallida eco, un ricordo nostalgico.
La visione comune è condizionata dai nomi (nel Toro prevale Giove-parola) mentre l’osservazione estetica dagli aggettivi (nella Bilancia abbiamo invece Saturno) che sollecitano una percezione allo stesso tempo selettiva e onnicomprensiva. In base all’aggettivo prescelto, l’attenzione si focalizzerà in un determinato punto a dispetto di un altro, intraprendendo così una strada rispetto alle tante disponibili (si tengono ben separati gli elementi essenziali della figurazione, quali linee, colori, volumi, costruendo però poi con essi rapporti di simmetria, equilibrio, ritmo ecc.).
Per spiegare semplicemente le due modalità attenzionali espresse da Saturno e da Giove utilizzeremo i verbi “scegliere” e “prendere”.
La differenza fra scegliere e prendere è legata al problema della consapevolezza. Il verbo scegliere implica una scelta fra tante cose: l’attenzione si focalizza su più elementi e se ne sceglie uno (è quello che fa la Bilancia). Con il verbo prendere l’attenzione si focalizza su di una cosa casualmente, sul singolo oggetto e non mantiene in compresenza gli altri (è quello che fa il Toro). Con lo scegliere s’innesca il problema della relazione fra più elementi: è Saturno che coordina in modo logico i dati esterni, percepiti da Mercurio. Il prendere va diretto all’oggetto, esalta il possesso, senza fare una qualsiasi operazione mentale di scelta e dunque senza metterlo in rapporto con l’alternativa, con gli altri oggetti.
Il motto della Bilancia è “io scelgo”. La scelta è alla base della realizzazione di ogni opera d’arte, è un atto consapevole che racchiude una serie di operazioni mentali: si abbandona il resto con intenzionalità, e implica modalità di rapporto.
Con l’inquadramento di tipo estetico vi è un’intenzione precisa: si tratta di un’operazione ricorrente nell’osservazione estetica, che presuppone la scelta determinata dall’artista. Una delle prime cose che s’insegna quando si va a dipingere ad esempio un paesaggio “en plein air”, è selezionare uno scorcio, un pezzo del paesaggio nella vastità di quello che si vede, prima di realizzare un quadro, perché dipingere tutto quello che si vede è la prerogativa per creare un brutto lavoro. Ogni artista sceglierà un certo inquadramento e solo quello, in base al suo gusto, a quello che vuole realizzare, alla sua complessità culturale storica e sociale.
In base al modo di guardare si vedono cose diverse. L’inquadramento nella percezione comune è avvertito come un inquadramento scenografico. Nel guardare un paesaggio, ad esempio, si porrà l’attenzione principalmente al riconoscimento del luogo: sarà una selezione in cui la parte scelta rimane sempre parte del tutto e non vivrà di vita propria. Nella video arte, invece, il televisore sarà percepito come la cornice e il video sarà visto come una narrazione ponendo attenzione alla storia, ai personaggi e non allo sfondo o alle scelte cromatiche e stilistiche. Nella percezione estetica la parte scelta diventa un tutto in cui l’artista cerca di creare un universo suo personale che risponde a leggi da lui create. Apre uno squarcio a un mondo alternativo a quello in cui si vive: la Venere in Bilancia, opposta schematicamente al Marte in Ariete che segna la direzione al nostro ciclo, ha il compito di insinuare dubbi e mantenere viva la consapevolezza del diverso, la cognizione che esiste qualcosa di altro.
In questo “tutto”, porsi in atteggiamento estetico significa leggere l’opera d’arte nel rispetto della visione dell’artista che l’ha creata, fuori dagli schemi e dagli stereotipi. La differenza fra i due tipi di percezione dell’inquadramento è la stessa che esiste fra la scenografia e l’installazione. Nell’installazione vi è uno sfondo creato dall’artista in cui il fruitore diventa figura-soggetto nel momento della fruizione dell’opera. Nella scenografia rimane uno sfondo creato da uno scenografo che servirà per una rappresentazione e in cui i fruitori saranno spettatori esterni e passivi in un punto ben determinato dal regista. È la stessa differenza che c’è tra Bilancia-arte e Gemelli-teatro.
La visione è un processo assai complesso e sofisticato, che coinvolge mente, memoria-Luna ed attenzione-Mercurio: nelle sue ricerche Oliver Sacks, neurologo inglese, ha potuto constatare che una persona cieca, anche se operata con successo, non riesce a vedere subito. L’immagine non è il riflesso passivo, come in uno specchio, ma è il risultato di un’attività articolata: basti pensare che nel cervello le parti deputate alla visione sono circa trenta. L’iraniana Sheri Khayami, fondatrice di BlindArt e promotrice di diverse mostre sul rapporto tra arti visive e cecità, afferma come sia un pregiudizio pensare di non poter rappresentare la realtà senza l’esperienza sensibile della visione.
La percezione è caratterizzata non solo dagli aspetti sensoriali ma anche da componenti che si avvicinano al pensare, al sentire.
In ogni immagine che vediamo interagisce una componente sensoriale con una intellettiva, entrambe fondamentali.
Quando è prevalente la sola componente intellettiva diventa analogo affidare la componente sensoriale all’organo tattile anziché a quello visivo: tra il toccare gli oggetti ed il guardarli, infatti, vi sono forti convergenze. La rappresentazione della realtà dei vedenti e dei non vedenti è perciò simile, come viene suggerito dalla Vergine, che indica una particolare accezione della percezione, con l’accostamento di Mercurio-percezione all’esaltazione di Urano-mani, nonché dal fatto che l’organo del tatto è la pelle, associata alla Bilancia.
All’inizio, nella realizzazione della composizione, vi è sempre l’idea precisa che implica una chiara disposizione (Saturno) degli elementi davanti allo sfondo.
Lo sfondo, in ambito artistico, si può anche definire spazio: gli artisti ne trasgrediscono sempre la rappresentazione verosimigliante. Lo spazio può essere ambiente vissuto tridimensionalmente dal fruitore, quando si parla d’installazione e spazio illusorio quando si parla di dipinti, visto che si rappresenta un qualcosa di tridimensionale su di una superficie bidimensionale.
Dal Rinascimento a oggi, la visione prospettica è stata dal punto di vista percettivo e filosofico la “visione del mondo” che ha prevalso nella cultura occidentale.
Si può considerare la forma simbolica della cultura dell’epoca in cui si è sviluppata come tecnica legata al disegno e il modo più diffuso, anche attualmente, di rappresentare lo spazio nella mentalità comune. Molti artisti ricorrono allo stravolgimento delle spazialità, per esprimere poetiche e precisi significati espressivi, cercando ad esempio di negare un punto di vista privilegiato; la prospettiva invece, si basa su di un unico e determinato punto di vista che permette di vedere lo spazio come se fosse infinito e uniforme, osservato da un solo occhio immobile.
Lo spazio è dunque una costruzione mentale legata al rapporto fra la figura e lo sfondo, visto in modo simultaneo. È possibile leggere lo spazio come una metafora della cultura dell’epoca in cui l’opera è stata realizzata, in quanto la sua rappresentazione varia con il tempo e con la civiltà che l’ha prodotta. Il corpo non è nello spazio ma modifica lo spazio in cui è, come ci ha spiegato Einstein con la teoria della relatività ristretta (nel 1905) e della relatività generale (nel 1915), per cui lo spazio e il tempo diventano concetti relativi.
Nella mia ricerca di anni fa sul balletto, analizzai diversi temi di ballerini e coreografi, riscontrando che l’aspetto più ricorrente era Mercurio-Giove in rapporto positivo, come comunicazione. Anche dal punto di vista spaziale questo rapporto è ugualmente parlante, dato che la danza viene definita la conquista del ritmo-Mercurio e dello spazio-Giove attraverso il movimento-Mercurio del proprio corpo. Con l’analisi dei pianeti nei segni, poi, avevo rilevato che i pianeti rapidi (da Sole a Marte) occupavano perlopiù segni ove è esaltato o domiciliato Giove. 

Nel tema di Martha Graham (TEMA N.2 11/05/1894 ore 6,00 Pittsburgh Usa), rivoluzionaria coreografa e ballerina, troviamo Giove, Plutone e Nettuno in 1° casa in Gemelli con il Sole in Toro in 12°: un bell’intreccio per affermare l’importanza di Giove e dei Pesci. Nei temi dei ballerini i Pesci sono sempre stimolati, ma vi devono essere anche solide basi in Toro o in Capricorno (sedi comunque di Giove).


Tornando all’arte, un esempio illuminante è dato dalla body art: nella body art l’artista utilizza il proprio corpo come materia pittorica e lo spazio come sfondo dell’opera, un po’ come fanno i ballerini. Marina Abramovic, una delle maggiori performer, è Sagittario con il Sole nei gradi di Giove, Giove congiunto a Venere e Mercurio in Scorpione e leso con Plutone e Saturno. (TEMA N.3 30/11/1946 a Belgrado)

 
Lo stereotipo è una costruzione sintetica della mente, in cui ci si adagia a uno schema precostituito: un sistema molto semplice per creare immagini subito fruibili, standardizzate, icone che permettono di riconoscere immediatamente un oggetto. L’artista, invece, riesce sempre a trasgredire la propria rappresentazione, grazie all’apporto della nettuniana fantasia. Lo stereotipo percettivo è legato anche a fattori emotivi: con esso si riesce a dominare ciò che si osserva; si riescono così a riconoscere in modo descrittivo i singoli elementi in sequenza. Quando un oggetto non corrisponde allo stereotipo, si genera un senso di sorpresa.
Uno stereotipo tipico è non vedere le ombre: sono ignorate grazie ad un principio di economia funzionale al riconoscimento immediato di un oggetto.
Si identifica una figura complessa attraverso la struttura costitutiva che è la base da cui si genera l’immagine prodotta mentalmente, in pratica la rappresentazione mentale di quel determinato oggetto. I rapporti fra le macchie di ombra sollecitano la ricostruzione di questa struttura costitutiva essenziale, questo schema mentale primario e invariante che permette di ricomporre la figura. Volume, luce e ombra sono strutture che costruisce la mente. La rappresentazione mentale di un oggetto vincola la percezione, integrando le ombre e la luce con le forme stereotipate del contorno delle figure, tramite dei tracciati. Di solito, infatti, si disegna istintivamente il contorno e non l’ombra.
Gli stereotipi sono costruzioni mentali innate che non si riescono mai a superare, metafore irriducibili e immutabili, ma che grazie alla consapevolezza si è in grado di notare.
Queste loro caratteristiche d’irriducibilità e di sinteticità li fanno accostare all’idea di addestramento primario, di struttura precostituita assai funzionale che spinge a riconoscere senza riflettere, un condizionamento legato alla vita, quindi fortemente inciso nel DNA.
L’Ariete reagisce in modo automatico e impulsivo ai segnali di pericolo imminente, senza compiere un’attenta analisi delle circostanze, in modo da evitare eventuali esitazioni. È una pulsione condizionante inevitabile per ottenere il massimo risultato di reazione. In questo comportamento si trovano perciò diverse analogie con lo stereotipo, nella sua accezione di struttura precostituita, solida, eterna, accettata senza analisi, caratteristica del pianeta Y-Sedna.
Trasgredire significa rompere una relazione, e in questo concetto compare tutta la simbologia del pianeta Nettuno. L’atteggiamento estetico è caratterizzato dall’inosservanza della percezione comune, come abbiamo visto e gli artisti hanno sempre cercato di trasgredire la forma, l’anatomia, il colore, lo spazio, lo sfondo, gli stereotipi, ecc.
La trasgressione è il filo invisibile che lega l’arte del passato all’arte contemporanea: nel passato si trasgrediva, ad esempio, la rappresentazione verosimigliante del colore. Nell’arte contemporanea vi è la trasgressione del soggetto e dell’oggetto togliendovi il significato (ad esempio l’arte astratta, in cui l’artista fonde il primo piano con lo sfondo) o dei rapporti istituzionalizzati (le convenzioni comuni).
Questo ciclo patriarcale, come tutti i sistemi chiusi, è soggetto a entropia, al suo interno esistono dei condizionamenti ma anche degli elementi che lo porteranno al suo cambiamento. Ogni volta che un condizionamento all’interno del sistema cede (perde energia) o viene rimosso, si creerà un ordine diverso e il sistema cercherà di raggiungere uno stato equilibrato di ordine più semplice.
La degradazione del sistema è implicita nel concetto di trasformazione; questo compito spetta a Nettuno, nel suo significato di fantasia: è così che si riconosce ciò che si nasconde dietro ai simboli. Saranno gli stessi simboli che, tesi a censurare la realtà, grazie al principio di entropia, in un secondo tempo, porteranno alla decifrazione del messaggio che condurrà alla fine del ciclo, ovvero alla trasformazione in un qualcosa di altro.
La funzione della Bilancia è rivelare un’alternativa, introdurre l’elemento del dubbio alla presunta legittimità dell’egopatia patriarcale, al predominio dell’Ariete, che innescherà gli impulsi a mutare l’ordine costituito, conducendo a una profonda trasformazione.
L’arte diviene uno strumento che agisce in questo senso.
Il Codice dell’arte o “Codice di Venere “ riesce, dunque, a insinuare dubbi alle certezze del nostro ciclo e mantiene vivo il ricordo di realtà alternative. Non è un caso, infatti, che qualsiasi ideologia che intende mantenere inalterato il proprio potere, cerca come prima cosa di censurare il libero pensiero e principalmente letteratura e arte.
La Bilancia, con i suoi pianeti femminili Venere e X si contrappone all’Ariete-Io patriarcale, ove infatti è esaltato per trasparenza Y-Sedna (la stabilità) opposto al Nettuno B, il quale contribuisce anche alla genialità artistica, inducendo con curiosità alla ricerca di forme nuove e porta a cogliere il risvolto segreto delle immagini apparenti, deformandole in modo sublime, conferendo così una forza sovvertitrice (anche del potere), tramite il ricordo che esiste un qualcosa di diverso.
L’esaltazione di Saturno-logica assegna all’arte la peculiarità di riuscire a registrare il pensiero del suo tempo. E’ una caratteristica delle arti quella di trasformarsi con ciclicità. Gli artisti contemporanei hanno quasi smesso di utilizzare i materiali tradizionali della pratica artistica: per essere testimone della propria epoca, l’arte non può utilizzare i materiali vecchi di secoli, ma è spinta a evolvere anche in tal senso, poiché sono nella sua natura il cambiamento e la trasformazione. I pianeti B esaltati in Ariete e Bilancia, Y-Sedna e Nettuno, pongono l’accento su questa tensione fra il tempo immobile, il suo dominio conservatore e la continua trasformazione, la sua entropia. Proprio perché calati nel loro tempo, gli artisti saranno portati a utilizzare anche i materiali che lo contraddistinguono per esprimersi. È logico, quindi, che nel contemporaneo la pittura sia stata quasi del tutto abbandonata per uscire dal supporto quadro, invadendo l’ambiente con le installazioni, operando direttamente sull’ambiente con la Land Art, utilizzando il corpo dell’artista come materia pittorica con la Body Art o con le performance o per essere sostituita da mezzi tecnologici, come video e fotografie.
La tecnica video e il cinema sono estremamente versatili ed apportano il movimento all’opera d’arte, ma in campo artistico vengono utilizzati con particolari accezioni. Sia cinema che fotografia sono riconducibili al segno del Toro. La fotografia entra in campo artistico quando perde il senso illustrativo e diventa mezzo artistico, per cui si concepisce un’immagine che ha un fine estetico non pubblicitario: si ritrovano così in essa numerosi riferimenti culturali. Un’opera concepita a tal fine non potrà mai essere utilizzata come opera propagandistica: sarà un’opera unica e polisemica, e sarà in grado di ricostruire un universo mentale molto forte, dato che entrano in gioco Saturno e Nettuno B, al posto di Giove e Saturno B.
Cinema e video tendono a creare una narrazione che invece nell’arte viene sempre trasgredita in qualche modo; queste forme espressive non fanno quindi propriamente parte dell’arte, se non nel momento in cui trasgrediscono la narratività, utilizzando la metafora.
Sia Toro che Bilancia esprimono una visione alternativa dell’esistenza, una visione femminile opposta al maschile del sistema, che contrappone poesia e raffinatezza (Venere in Bilancia) a violenza e brutalità (Marte in Ariete), canto e affettuosità (Venere in Toro) a crudeltà sadica (Marte in Scorpione).
L’arte parte sempre da un’idea (Saturno) esposta trasgredendo qualcosa (Nettuno B) e per questo necessita della metafora. Metafora è una parola usata in letteratura per spiegare quando si accostano due cose a prima vista non collegate, per evidenziare aspetti importanti di una delle due, trasferendo il significato di una parola o di un concetto ad un altro con caratteristiche simili. L’opera d’arte risente sempre di operazioni metaforiche, dato che fornisce una spiegazione per analogia ed è strettamente connessa con l’idea: è proprio quest’ultima che nella contemporaneità le conferisce il valore (l’opera in sé non ha valore). Il problema non è quindi riuscire a rappresentare il verosimile, ma rappresentare una poetica.
Agli artisti risulta molto semplice creare metafore: secondo Ramachandran ciò è dovuto al fatto che nel loro cervello essi hanno un numero maggiore di connessioni, legate alla sinestesia, una sorta di percezione simultanea, quella condizione per cui un impulso sensoriale sollecita sensazioni di un’altra modalità sensoriale.
La metafora artistica, cioè quella legata al lavoro di un artista, è l’elemento ricorrente che lo fa riconoscere, l’idea forte e coerente che si realizza in un codice e per questo la ritroviamo in tutta la sua produzione: è propriamente il suo linguaggio compiuto. Conoscere la metafora in questo senso, significa conoscere il suo pensiero e tutta la sua poetica.
Qualsiasi opera d’arte ha dentro di sé un incredibile sapere, espresso con una massima sintesi.
Diviene perciò importante questa conoscenza, dato che sostiene e ha sempre sostenuto il lavoro di ogni artista. Anche nell’antichità, nelle opere di autori come Michelangelo o Leonardo, sono le idee che sorreggono le loro realizzazioni e che troviamo chiaramente espresse nei testi che ci hanno lasciato: ogni grande artista, infatti, ha prodotto testimonianza scritta del suo pensiero.
In base alle proprie facoltà di percezione la stessa cosa può essere fruita in un modo o in un altro, perchè con la visione noi vediamo una realtà filtrata e ricostruita dalla mente.
La realtà, infatti, in sé, non esiste: vi è sempre un’interpretazione della mente.
L’ambivalenza percettiva è una specifica caratteristica dell’opera d’arte e porta a chiederci: l’arte è messaggio? È fuorviante dire che l’arte comunica? Perché quello che il fruitore vede nell’opera d’arte non è effettivamente il pensiero dell’artista che l’ha prodotta, ma è quello che il fruitore sa, in quanto essa è una sorta di specchio. Per attraversare lo specchio e condividere il suo pensiero tramite l’opera, bisogna possedere le chiavi di lettura. Ciò risulta chiarissimo quando entriamo nel mondo dell’arte che utilizza oggetti quali i “ready made”, oggetti semplici, di uso comune, ma investiti ad esempio di elementi linguistici basati su associazioni fonetiche e dissociazioni semantiche (come fece Duchamp); essi acquisiscono valori metaforici tali che, se non si possiede la chiave interpretativa metaforico letteraria, non si riuscirà a coglierne la trasformazione simbolica, ma si riuscirà solo a vedere l’oggetto in sé. La comunicazione, del resto, è un rendere comune ad altri ciò che è nostro, far conoscere qualcosa; per far questo è necessario che vi siano una bocca che parla ed un orecchio che ascolta, come esprime la dialettica Giove-Mercurio, ma non solo. Si basa anche sulla condivisione di un codice, che nella comunicazione verbale è il linguaggio-Giove, di cui a sua volta si dovranno condividere il sistema di simboli.
“Una parola è una chiave magica che apre un tesoro di significati associati a un concetto” ricorda Ramachandran.
Nella comunicazione visiva, invece, si cerca di comunicare per immagini. Nel corso della vita, con le esperienze vissute, vengono acquisiti dei codici visivi, mentre nell’arte il discorso è un po’ più complesso, come indica la sua sede in Bilancia (sostituzione di Giove con Saturno). L’arte come “comunicazione” visiva segue dunque regole diverse rispetto agli standard comunicativi universali: qui la trasmissione del pensiero intrinseco nell’opera non può che essere inefficace, confusa, perché non troviamo i pianeti dell’asse comunicativo (Mercurio-Giove): è dunque una diffusione nettuniana, empatica, senza elementi chiari, ma affidati alla percezione sensibile. Affinché si capisca il pensiero che vi è dietro l’opera bisogna dunque condividere i codici personali di ogni artista tramite altri strumenti, quali i suoi scritti.
Definire che cosa sia l’arte è molto difficile: è un qualcosa di sfuggente, come vuole Nettuno.
La cultura è una manifestazione propria dell’umanità e si è trasformata innumerevoli volte nel tempo; anche l’arte, dato che fa parte della cultura umana, è assoggettata a questo continuo divenire e non contiene dogmi o verità assolute.
Caratteristica di un’opera d’arte è il suo essere polisemica, si può leggere in vari modi: ogni fruitore ci vede un qualcosa di diverso, in base alla propria cultura e alle proprie esperienze.
Ma perché vi sono opere d’arte che sono considerate universali, nonostante il trascorrere del tempo? Forse perché alcuni artisti hanno scoperto i principi figurativi basilari della grammatica percettiva, i simboli universali, un codice di segni assoluti ed eterni, che solo chi si interessa all’arte riesce a riconoscere, perché nonostante gli stereotipi rimane un codice non accessibile a tutti.
“Nel cervello vi sono connessioni fra i centri visivi e i centri emozionali” tra visione ed emozione, afferma Ramachandran. Risulta quindi palese che la risposta emotiva alle immagini visive sia fondamentale per la sopravvivenza.
L’espressione artistica diviene dunque un’esigenza funzionale, come afferma Lisa Morpurgo nel Convitato di Pietra. Partendo dal fatto che nel cervello esistono delle connessioni fra centri visivi e sistema limbico preposto alle emozioni, possiamo chiederci: “cosa è l’arte? Come reagisce il cervello alla bellezza?”. Il coinvolgimento di Venere (domicilio primario in Bilancia–arte visuale, domicilio base nel Toro-canto, esaltazione in Cancro-letteratura) ci fornisce la risposta del perché esistano queste connessioni.
L’arte è la massima esaltazione dell’individualità e dell’originalità umana, il sommo rimedio contro il sopruso e l’azione annichilente del potere. Apre degli spazi di libertà su quello che si nasconde dietro alle convenzioni comuni.
Scrive Lisa Morpurgo nel Convitato di Pietra: “Lo Zodiaco ci offre la poesia come arma contro il sopruso e il dono mi sembra di grande conforto”.

Bibliografia

Che cosa sappiamo della mente? - Vilayanur S. Ramachandran. Ed. Mondadori
Entropia e arte - Rudolf Arnheim. Ed. Einaudi
I percorsi dello sguardo - Pino Parini. Ed.Artemisia. Falconara
Il pensiero visivo. Criteri operativi per sollecitare l’immaginazione, la fantasia e la creatività - Pino Parini
Immaginazione spaziale nella rappresentazione grafico-pittorica – Massimo Marra
Metodologia alla fruizione estetica - Franca Fabbri
Il divenire della critica – Gillo Dorfles. Ed. Einaudi
Lo potevo fare anch’io – Francesco Bonami. Ed. Mondadori
Corso di estetica – Renato Barilli. Ed. il Mulino
Il convitato di pietra – Lisa Morpurgo. Ed. Longanesi
La natura dei segni – Lisa Morpurgo. Ed. Longanesi
La natura dei pianeti – Lisa Morpurgo. Ed. Longanesi
 
 
 
 
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